Chi non lavora neppure mangi

Chi non lavora neppure mangi

E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (2Ts 3,10).

Questo frammento della Seconda lettera ai Tessalonicesi è stato citato dal parlamentare europeo Roberto Vannacci, in occasione della presentazione del suo programma politico.

L'apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Tessalonica, intorno al 50 d.C., raccomanda «nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» di tenersi lontani da quelli che fanno tanto chiasso, ma nei fatti non esprimono l'insegnamento trasmesso dall'apostolo. Parafrasando un po' e attualizzando, potremmo dire: «tenetevi lontani da quelli che chiacchierano tanto di valori cristiani, ma nei fatti non hanno nessuna intenzione di viverli davvero».

E poi, pone la sua vita, come esempio: Paolo avrebbe potuto campare con le offerte della sua comunità, ma decide di mantenersi lavorando. Faceva il tessitore. Riconosce il diritto di essere sostenuto economicamente dalla comunità di cui è a servizio, ma lui decide di fare una scelta diversa. Per essere di esempio, dice. Forse, anche per tutelare la sua libertà di predicare, senza dover per forza compiacere l'assemblea.

E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (2Ts 3,10).

Nella citazione, fuori contesto (cfr. 2Ts 3,6-11), l'onorevole Vannacci, definisce san Paolo "camerata". Alcuni preti hanno preso posizione pubblicamente, contestando un uso strumentale della Sacra Scrittura, che, a mio parere, oggi è molto diffuso anche in alcuni ambienti ecclesiastici, promotori di una certa ideologia cristiana, non corrispondente al sano "insegnamento" della Chiesa. Ma non è questo il tema.

A mio parere, l'apostolo Paolo, può essere legittimamente definito un "camerata", dall'esponente di Futuro Nazionale. Ma fino a un certo punto.

Infatti, lo stesso Paolo ci racconta che nella sua vita, e nella vita di ogni battezzato, c'è necessariamente, un prima e un dopo: una vita secondo la carne e una vita secondo lo Spirito. Una visione della realtà soltanto umana e pertanto miope e una visione cristiana e quindi completa. Semplifico, per non dilungarmi.

Quando gli avversari di Paolo proveranno a squalificarlo, secondo la visione soltanto umana, egli li metterà tutti in riga (cfr. Fil 3,1-11).

Paolo mette in chiaro che orienta tutta la sua vita, secondo lo Spirito di Dio, che Gesù ha rivelato, e non più secondo criteri semplicemente umani. Paolo confida più nell'opera di Dio che nelle sue qualità umane. Egli rivendica una sola appartenenza. All'Amore di Cristo.

Ma, se deve mostrare i titoli e le appartenenze, crede orgogliosamente di non essere secondo a nessuno: 

Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui.

E fa l'elenco della sua identità religiosa e culturale e della sua appartenenza nazionale.

Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all'età di otto giorni, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della Legge, irreprensibile (Fil 3,5-6).

Potremmo parafrasare e attualizzare dicendo: «Anche io sono stato un "camerata", che vi credete? Il più convinto di tutti. Il più attivo di tutti. Il migliore di tutti. Più tradizionalista di tutti. Più patriota di tutti. Più maschio di tutti. Più cattolico di tutti».

«Ma questo era il prima, quando ancora mi chiamavo Saulo. Poi ho incontrato il Signore Gesù sulla via di Damasco. Ho scoperto il Vangelo e la Chiesa. Ho smesso di essere cieco davanti alla realtà e ho scelto gli stessi sentimenti di Cristo, come fondamento della mia identità e come orientamento di tutte le mie scelte. E, da quel punto, ho ricevuto una vita nuova e un nuovo nome. Oggi mi chiamo Paolo».

Ma queste cose [di prima], che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo (Fil 3,7).

«Ho incontrato uno che mi ha detto tutta la verità, perdonandomi. Donandomi di nuovo la vita, anche se ero stato un persecutore e un assassino. Amandomi, anche se non avevo alcun merito».

Paolo, ha incontrato un modo nuovo di stare davanti alla realtà, secondo lo Spirito di Dio, vedendo crollare tutti i suoi schemi e i suoi pregiudizi, mettendo in discussione le sue convinzioni e i suoi valori.

Tutto quello che aveva onorato, praticato e difeso, dopo aver incontrato Gesù Cristo, il Vangelo e la Chiesa, ora lo considera una perdita, un disordine, un inutile affanno. 

Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura...

Caro onorevole Vannacci, lei ha ragione: san Paolo è stato un vero "camerata". Ma poi ha incontrato Gesù Cristo veramente e ha cambiato vita. Per il Vangelo ha lasciato perdere tutte quelle cose in cui "cameratescamente" confidava. E le ha considerate "skùbala", cioè "spazzatura", che può anche essere tradotto "merda".

E allora mi piace pensare che dal cielo san Paolo segua certi umani ragionamenti e dica: «Anche io sono stato un camerata, quando mi chiamavo Saulo ed ero cieco, credendo fermamente nei valori della tradizione, della nazionalità e della razza. Adesso che mi chiamo Paolo e ci vedo, tutto questo mi sembra merda».

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