Quando Dio nasce

Quando Dio nasce

Nella catechesi scorsa ci siamo messi davanti al canto del Magnificat (cfr. Lc 1,46-55), che ogni giorno la Chiesa continua a far risuonare nella preghiera del Vespro.

Alle lodi del mattino si canta, invece, il Benedictus (cfr. Lc 1,68-79). Al mattino il canto di Zaccaria, marito di Elisabetta e padre di Giovanni Battista. Alla sera il canto di Maria, la madre di Dio, quando incontra Elisabetta, che porta in grembo Giovanni Battista.

Abbiamo imparato dallo sguardo di Maria su Dio, su se stessa e sul mondo, che la salvezza consiste in un vero e proprio rovesciamento di prospettiva. Dio viene a salvarci, rivelandoci cosa vale e cosa non vale, affinché non ci lasciamo ingannare e non ci facciamo male e non facciamo male agli altri.

E vi ho proposto anche quattro esercizi da fare, per provare a entrare nello stesso sguardo di Maria, che è lo sguardo di Dio sulla realtà.

Abbiamo visto in cosa consista la salvezza: ma perché Dio ha deciso di salvarci, uscendo dalla tranquillità trinitaria e infilandosi dentro l’incertezza della nostra carne?

Ora vorrei prendere come spunto per la nostra riflessione un altro canto del vangelo secondo Luca, che la liturgia della Chiesa ci propone ogni domenica e in altre feste importanti, proprio durante l’eucaristia.

È il canto degli angeli nella notte di Natale: il Gloria (cfr. Lc 2,13-14). È un testo molto breve, al quale già dal II secolo furono aggiunte alcune acclamazioni a Dio, tipiche della liturgia ebraica e del Nuovo testamento, e un po’ più tardi ancora delle invocazioni a Cristo. Il testo allargato fu introdotto nel IV secolo nella messa di Natale e poi in altre messe festive.

Gloria, pace e benevolenza: il contenuto del cantico

Il testo è composto da due frasi, in cui i singoli elementi si corrispondono tra loro, in un parallelismo perfetto.

Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.

Per comprenderne bene il tono dovremmo aggiungere il verbo all’indicativo. Noi siamo abituati a intonare questo canto dicendo:

[Sia] gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra [sia] pace agli uomini, che egli ama.

Come una sorta di desiderio o di augurio, come una speranza. Invece l’inno vuole essere una constatazione della realtà, cioè di quello che sta già accadendo. Allora, andrebbe integrato così:

[È] gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra [è] pace agli uomini, che egli ama.

Gli angeli cantano che la nascita di Dio realizza la gloria di Dio e la pace per gli uomini. «Questo bambino è qui per la gloria di Dio e per la pace degli uomini». Come una didascalia da porre sopra al presepe, per comprenderne il significato in profondità. La spiegazione di quello che sta accadendo.

In questo testo ci sono parole che noi siamo abituati ad usare e a sentire nel parlare corrente e nella liturgia, che dovrebbero essere compresi bene.

«La gloria di Dio». Che cos’è la “gloria”, in greco dòxa e in ebraico “kavòd”? Non è lo splendore o il successo o qualcosa di eroico. La “gloria di Dio” è la rivelazione di Dio, attraverso il suo stesso agire, che è meraviglioso agli occhi delle creature. “Dare gloria a Dio” significa riconoscere Dio nel suo agire nella storia della salvezza; riconoscere la sua opera nelle vicende del mondo.

San Paolo scrive: E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

La «Pace» è l’insieme di tutte le promesse messianiche, che si realizzeranno nei tempi finali: in particolare, il perdono dei peccati e il dono dello Spirito di Dio. Spesso, san Paolo affianca i termini “pace” e “grazia”. Non si tratta semplicemente di assenza di guerre o conflitti, ma la ristabilita relazione con Dio, che si era infranta con il peccato originale. La Pace è la salvezza, identificata con la persona di Gesù Cristo.

Infine, c’è quella parola strana che per tanto tempo nella liturgia abbiamo tradotto con «buona volontà», gli uomini di «buona volontà»: la eudokìa. Il motivo della Gloria (agire di Dio) e la sorgente della Pace è il suo Amore.

Ecco, qui non si fa riferimento alla “buona volontà” degli uomini, ma di Dio. Non si dice “uomini che hanno buona volontà”, ma “uomini (frutto) della buona volontà di Dio”. E tutti gli uomini sono frutto di questa “buona volontà”, viene a rivelarci la nascita di Gesù Cristo.

Quindi non siamo davanti a un fatto che riguarda soltanto quelli bravi o quelli attenti, ma un evento che è per tutti. Posso esagerare a dire: chiunque, senza distinzione.

Il Natale, festa della bontà di Dio

Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.

La password per entrare nel senso delle parole degli angeli sta proprio in questa ultima espressione: la buona volontà di Dio, egli che ama.

Alla larga da tutte le romanticherie natalizie, che fanno appello alla buona volontà che c’è nel cuoricino di ogni uomo e donna. Noi siamo cattivi! Qui si annuncia luminosamente la bontà di Dio per tutti gli uomini e donne.

San Paolo dice che Dio ci ha desiderati come figli adottivi, secondo la sua «buona volontà»; ci ha fatto conoscere il mistero del suo volere, secondo quanto aveva stabilito, nella sua «buona volontà» (Ef 1,5.9).

A Natale, finalmente esplode anche davanti ai nostri occhi tutta la luce di questa «buona volontà» di Dio, cioè dell’Amore di Dio.

Quando voglio dimostrare il mio amore alla persona amata cosa faccio? Posso fare due cose.

  • Faccio dei regali alla persona amata: la Creazione (cfr. Sal 104).
  • Dono la mia vita alla persona amata: l’Incarnazione.

Per mostrarci tutto il suo Amore, Dio decide di privarsi di tutto e donarlo a tutti, senza limiti e senza distinzioni e senza condizioni. Dio ci raggiunge tutti e sempre e in ogni luogo, fino alle regioni più lontane del nostro dolore e del nostro limite. Fino a soffrire per noi.

Per comprendere questo grande mistero dell’Incarnazione, dobbiamo attivare tutti i nostri sensi e le facoltà. Dalla parte nostra non c’è nulla di attraente e piacevole nella nostra condizione: freddo, solitudine, paura, dolore, egoismo, fame, sete, sudore, puzza. Siamo dentro una stalla, nel freddo della notte e nella solitudine.

E raggiungerci è davvero il più grande atto di Amore di Dio!

Nel nostro amore “tossico” noi pretendiamo che l’altro sia uguale a noi, cambiando se stesso. Nel suo amore “divino” Dio si fa uguale a noi in tutto, eccetto il peccato, rinunciando a tutto, svuotandosi.

Perché Dio si è fatto uomo?

Gli antichi teologi si domandavano: «Cur Deus homo», «Perché Dio si è fatto carne?». Forse pensavano, meno teologicamente: «Ma chi glielo ha fatto fare?».

Lungo i secoli sono state date fondamentalmente due risposte.

  • Per la salvezza dell’uomo, accentuando «la pace agli uomini».
  • Per la manifestazione della potenza di Dio, accentuando «la gloria di Dio».

Nel simbolo della fede diciamo: «per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo…».

Mentre nei primi secoli del cristianesimo le eresie gnostiche mettevano in dubbio la reale umanità di Gesù, i padri della Chiesa (Ireneo, Atanasio, Gregorio Nazianzeno, Massimo il Confessore…) dicono che per rimediare al nostro peccato, allora ha assunto la nostra umanità, quasi divinizzandoci.

Ma nel Medioevo la questione si accende, perché qualcuno (Anselmo) pensa che non è concepibile che Dio sia stato “costretto” a incarnarsi dalla nostra colpa. Quasi che se non avessimo peccato, allora non si sarebbe fatto uomo.

Anselmo dice che Dio si è incarnato perché aveva bisogno di avere uno fuori da sé da amare alla sua altezza, che poi lo amasse adeguatamente. L’umanità non ci riesce, allora deve arrivare uno, che è uomo e Dio insieme, che ne sia capace.

La discussione si prolungherà successivamente nella riflessione di Scoto, che riteneva l’incarnazione causata dalla gloria di Dio, contrapposto a Tommaso, che supponeva che la causa fosse nella necessità di salvare l’umanità dal peccato.

Dio si è incarnato per dimostrare quanto è forte o per soccorrere la nostra debolezza? Ha agito per sé o per noi? Per interesse o per amore?

Una discussione interessante, ma a tratti anche eccessiva. Addirittura diabolica, perché getta un sospetto sulla storia della salvezza: lo fai per il tuo bene o per il mio bene?

  • Perché don Andrea organizza le cose in parrocchia?
  • Perché io sto qui a predicare?

 

Dice Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente».

Sarebbe a dire che Dio si è fatto carne per la sua gloria, cioè per rivelarsi, per farsi conoscere e amare da noi. Ma questa gloria consiste nel fatto che egli ama l’uomo e donna più di se stesso.

 

Dio usa il suo potere per amarci. Dio considera suo interesse la nostra salvezza. Dio è felice della nostra felicità!

Per questo nel canto del Gloria, nella liturgia, abbiamo aggiunto: «ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa».

La gloria di Dio e la pace agli uomini non sono due fini diversi o addirittura in contrasto, come abbiamo immaginato per secoli. L’Amore gode quando dona.

Nella perfezione di Dio questo avviene in modo sublime. Noi, nel nostro limite, spesso facciamo esperienza di amori dichiarati, nei quali ognuno si tiene qualcosa in tasca e non dono tutto e totalmente. Ma possiamo averne una idea, anche imperfetta.

  • Il regalo sincero rende più felice chi lo fa o chi lo riceve?
  • Il dono della vita rende felice chi dona o chi riceve?
  • La nascita di un bambino rende più felici i genitori o il figlio?

L’evangelista Giovanni intuisce questo fatto, quando racconta la passione e morte di Gesù Cristo, definendo la Croce come il massimo della rivelazione della gloria di Dio: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è morto e risorto, «per noi e per la nostra salvezza», perché ci ama.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).

Qualcuno da amare in modo sommo

Qual era il problema dei teologi medievali? Non era il Medioevo, ma il fatto che avevano un modo di ragionare molto condizionato dalla filosofia greca e meno dalla Sacra Scrittura.

Un esempio: secondo la filosofia greca e il diritto romano, che cos’è la giustizia? Dare a ciascuno il suo, pentirsi e rimediare al danno fatto. Ma secondo la Bibbia, la giustizia di Dio non consiste nel ricevere quello che è dovuto, ma nell’amare senza misura tutti.

Qualche volta lo pensiamo: «Dio non è giusto!». Noi siamo abituati a pensare che la giustizia sia che tu ti penti e allora ti perdono. Dio ragiona in tutt’altro modo: io ti perdono sempre e quando tu te ne accorgi, allora forse ti penti.

Prima dominava l’idea di un Dio da amare. Noi siamo stati molto educati così. Ma quando i teologi hanno cominciato ad ascoltare più la Bibbia che la filosofia, allora ha preso il sopravvento il fatto di Dio che ama.

La rivelazione del Dio-amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito della divinità (De Lubac).

Nel suo amore per l’uomo, l’impassibile ha sofferto una passione di misericordia (Origene).

Si tratta di una svolta decisiva nella visione di Dio che non è, in primo luogo, potenza assoluta, ma amore assoluto e la cui sovranità non si manifesta nel tenere per sé ciò che gli appartiene, ma nel suo abbandono (Von Balthasar).

Dio si incarna non perché abbia bisogno di uno fuori di sé che lo ami in modo degno, ma perché ci sia uno fuori di sé capace di essere amato, come Dio ama, cioè senza misura.

Allora Natale non è la festa della bontà degli uomini e neanche la festa della felicità degli uomini. Natale è la festa della bontà e della gioia di Dio.

In una notte di Natele, papa Leone Magno griderà: «Gioisca il santo, gioisca il peccatore…». Perché finalmente la Creazione raggiunge la sua pienezza, nonostante il peccato: Il Creatore ama senza misura e la creatura senza misura può credere di essere amata.

Quando scelsero per il Natale, la data del 25 dicembre, che era il giorno dedicato al «Sole invitto», la liturgia ha voluto affermare proprio questo: Cristo è il sole della giustizia di Dio, che sorge finalmente sull’orizzonte del mondo.

Il Padre adesso sa che sulla terra c’è una umanità che si lascerà amare senza misura, nel Figlio. E il Figlio è il primogenito dell’umanità che finalmente si lascia amare senza misura dal Padre, nell’obbedienza del Figlio.

Il problema vero è che Dio non ti ami abbastanza o che tu non ti fidi dell’amore di Dio?

E allora gli angeli cantano che finalmente siamo nella pace, cioè abbiamo la pienezza di vita, nel corpo di quel Bambino. E cantano anche che Dio è felicissimo in cielo, perché finalmente può amare tutto il suo amore, con il corpo di quel Bambino.

Fatevi imitatori di Dio

Quale sarà la nostra risposta al mistero del Natale, cioè a tutto questo Amore che ci raggiunge?

Quando scopro una cosa bella, vorrei averla. Quando mi raccontano una cosa bella, vorrei sperimentarla. Quando conosco una persona meravigliosa, mi piacerebbe somigliargli.

Allora, il mistero di Dio che nasce, trovando la sua gioia nel donare tutto quello che è e tutto quello che ha, dovrebbe suscitare nel credente il desiderio di somigliargli il più possibile.

Dice Gesù: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). I discepoli di Gesù sono quelli che stanno con lui e lo seguono, conoscendo il volto e il cuore di Dio: questi sono i cristiani.

Quelli che hanno incontrato Gesù nella loro vita e, quindi, hanno conosciuto Dio e hanno deciso di stare con lui e di seguirlo: quelli che desiderano somigliargli.

Quelli che conoscono mio padre si accorgono immediatamente che sono suo figlio: mi vedono e mi scambiano per mio padre.

Quelli che mi incontrano, mi riconoscono come cristiano, cioè come figlio di Dio, discepolo di Gesù? Insomma: per quelli che ti incontreranno oggi a chi somigli?

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