Quando Dio cresce

Quando Dio cresce

Introduzione

Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino". Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: "Sarà chiamato Nazareno" (Mt 2,19-23).

Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,51-52).

Quando Gesù cresce, rimane nascosto e silenzioso, dentro le nostre cose quotidiane, obbediente alla realtà, nella grazia. Credo che sia lo stile con cui cresce anche il regno di Dio: lo stile della salvezza e della vita cristiana.

La piccolezza, la fedeltà nel quotidiano, l’obbedienza alla realtà, la gioia. E il mondo rimane in attesa.

«Quelli che aspettavano la redenzione di Israele»

Alla nascita di Gesù, ci sono quattro partiti: i Sadducei, i Farisei, gli Esseni e gli Zeloti. Ciascun partito nasceva da una diversa mentalità religiosa.

Tutti erano in attesa del Messia, ma ciascuno lo aspettava in modo diverso. Ciascuno aspettava un Messia diverso. Forse, come accade oggi?

I Sadducei

I Sadducei aspettavano la salvezza da una maggiore collaborazione e integrazione con il mondo circostante, sia in campo politico che religioso. Erano gli eredi di coloro che avevano operato l’ellenizzazione del giudaismo, operando un certo sincretismo.

Appartenevano alle famiglie sommo sacerdotali e rappresentavano l’aristocrazia del paese. A loro stava a cuore, più che l’identità, la rilevanza di Israele nel grande gioco politico e culturale del mondo di quel tempo.

Allora lasciavano cadere quello che era difficile da comprendere per i greci: la risurrezione dei morti, gli angeli e gli spiriti. In favore di una religione pragmatica.

C’è una tendenza a una secolarizzazione sempre più radicale e a una intesa senza riserve con il mondo e la cultura. Anche nella Chiesa ci sono quelli che non vanno oltre i propri ragionamenti, quasi come se Dio non avesse nulla da aggiungere. La salvezza consiste semplicemente nel progresso in senso illuministico, quasi come se la fede non fosse rilevante nel modo di interpretare la realtà e le proprie scelte. Potremmo dire: vai dove ti porta la società!

I Farisei

Al contrario, i Farisei cercano la salvezza dalla puntigliosa osservanza della Legge mosaica. Sono i “separati”, rispetto al resto del popolo, che non conosce la Legge, non la applica alla lettera ed è ritenuto maledetto.

Era il gruppo religioso più forte, che aveva a cuore sinceramente le esigenze di Dio. Di questi, faceva parte l’apostolo Paolo.

Nei vangeli li troviamo spesso contrapposti a Gesù, con il quale però discutevano volentieri, alla ricerca sincera della verità. Molti divennero discepoli di Cristo.

Il grande limite era la loro ricerca di autogiustificazione, anziché della reale volontà di Dio. Molto inclini al formalismo religioso piuttosto che all’interiorità. Erano nemici di ogni novità e cambiamento, troppo legati al passato, amanti del “vino vecchio”. Quando arrivò il “vino nuovo” del Vangelo, non lo hanno riconosciuto come occasione di salvezza.

La loro nostalgia del passato, però, non era legata alle origini, ma al periodo più recente della storia di Israele, nel quale si erano formate tradizioni ulteriori.

Quando si trovano a discutere con Gesù sul divorzio, essi portano come argomento le varie posizioni delle scuole rabbiniche, mentre Gesù si richiama “all’inizio”, risalendo alla Scrittura.

Ancora  oggi ci sono quelli che sono nettamente separati dal mondo e dalla cultura. Attribuiscono estrema importanza alle forme esteriori della religiosità e ai riti tradizionali, intendendo per tradizione non il deposito della fede, ma le proprie abitudini: quelli del “si è fatto sempre così”. Fuggono qualsiasi novità e si rifugiano nel passato, cioè nelle loro preferenze. Hanno valori autentici, ma spesso i loro valori servono a sentirsi migliori, tanto da giudicare tutti gli altri. Alla fine, non hanno neanche bisogno di Dio, tanto sono ego riferiti.

Gli Esseni

Oggi conosciamo meglio anche gli Esseni, dopo le scoperte archeologiche di Qumran. Essi costituivano un gruppo ristretto e fervoroso, che teneva al centro della propria spiritualità la preghiera, la povertà e il celibato.

Si erano separati dal culto e dalla gerarchia ufficiali, vivevano nel deserto dietro a un “maestro di giustizia”. Loro erano quelli più attivi nell’attesa del Messia, ma immaginavano una salvezza esclusiva, riservata solo a se stessi.

Anche oggi, ci sono gli sfiduciati, quelli in polemica con tutto e con tutti, che si isolano dalla comunità, ritenendosi puri. Formano gruppi religiosi molto vigorosi, ma tanto chiusi in se stessi e tanto dipendenti da un leader, come un “maestro di giustizia”. Non hanno a cuore la salvezza di tutti e non hanno il cuore aperto alla compassione.

Gli Zeloti

Il quarto partito era quello degli Zeloti, probabilmente nati proprio in occasione di quel censimento al tempo di Quirinio, ad opera di un tale Giuda il Galileo. Reclutavano adepti soprattutto tra gli Esseni.

Questi non si accontentano di aspettare la salvezza, ma vogliono affrettarla e provocarla con la forza. Quando nel 67 d.C. si sollevano contro Roma, provocheranno la distruzione di Gerusalemme.

La loro era una salvezza essenzialmente politica, indirizzata alla remissione dei debiti, più che dei peccati.

E ci sono ancora quello come gli Zeloti, che pensano di dover ricorrere alla violenza e alla rivoluzione, per far venire il regno di Dio e la sua giustizia. È impossibile con la violenza delle armi o anche solo del linguaggio far germogliare frutti di vita cristiana. Confidando nella forza, smentiscono Dio. Hanno la tendenza a concepire il regno dei cieli come un regime teocratico, di tipo talebano.

I piccoli

Se leggiamo bene i vangeli dell’infanzia, scopriamo un’altra categoria che aspettava la salvezza d’Israele. Questi non figurano nelle descrizioni degli storici e negli annali del tempo, non fanno parte di un gruppo particolare. Oggi li considereremo, forse, cristiani non impegnati.

Noi oggi li ricordiamo, perché si sono lasciati illuminare dalla Luce vera, che è venuta nel mondo: Zaccaria ed Elisabetta, Simeone e Anna, Giuseppe e Maria. E tutta quella folla anonima che entra in contatto con loro: i parenti che si rallegrano della nascita di Giovanni Battista, i pastori e quelli che ascoltano le parole della profetessa Anna.

Sono gli umili e i poveri, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza (cfr. LG 55). Un giorno Gesù parlerà proprio di loro.

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: "Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza (Lc 10,21).

Nella Scrittura, i piccoli non sono i bambini, ma gli squalificati, i senza diritti, i lontani, gli esclusi, gli indesiderabili.

Sono quelli che non si aspettano nulla, come dovuto. Sono i mendicanti. Non hanno alcuna idea a cui Dio debba corrispondere. Non leggono semplicemente la Scrittura, ma si lasciano leggere dalla Scrittura. In essi, agisce liberamente lo Spirito Santo.

Essi non guardano al passato, come i Farisei, ma all’origine, cioè al cuore di Dio e non alle loro tradizioni. Osservano la Legge, ma per questo non si sentono migliori degli altri. Si lasciano giudicare dalla Legge, ma non usano la Legge per giudicare. E al contrario dei Sadducei, confidano nell’intervento di Dio, che supera la natura. A differenza degli Zeloti, attendono la salvezza senza odiare nessuno. A differenza degli Esseni, non si separano dagli altri, ma restano al loro posto.

Conclusione

Non aspettiamo più la “redenzione di Israele”, che si è perfettamente compiuta, eppure anche noi aspettiamo qualcosa. Ancora aspettiamo di essere visitati da Dio, nelle nostre vicende quotidiane. Aspettiamo che il Signore rinnovi la nostra vita, la vita della Chiesa e del mondo, soprattutto dopo la celebrazione del Sinodo.

Possiamo dire che ogni generazione in ogni epoca nutre un’attesa di salvezza. E anche davanti a questa attesa si profilano diversi atteggiamenti o mentalità, si formano gruppi e schieramenti, come era accaduto al tempo della nascita di Gesù.

Non ci sono più i Sadducei, i Farisei, gli Esseni e gli Zeloti, ma rimangono certe tendenze d e modi di concepire la fede e l’intervento di Dio nella storia.

Ma ci sono anche oggi i piccoli del Vangelo. Quelli che aspettano la salvezza da Dio, senza la presunzione di avanzare suggerimenti. Quelli che non hanno alternativa di vita, se non stare con il Signore.

Quelli che stanno nella comunione ecclesiale e rimangono là dove la Provvidenza li ha posti. Quelli sempre gioiosi, anche nella fatica e nelle difficoltà. Quelli che nelle controversie non cercano la propria ragione, ma la volontà di Dio. Quelli che si ritrovano insieme, senza essersi scelti, camminando verso la medesima direzione.

Questo è il compito della Chiesa, in questo tempo: rimanere aperta allo Spirito di Dio, nell’ascolto della Parola e nella sollecitudine verso i fratelli e le sorelle, aperta alla novità di Dio e capace di riconoscere i segni dei tempi.

La comunità di coloro che sono piccoli, la comunità di coloro che non sono migliori. La comunità dei peccatori perdonati. La comunità di coloro che sanno riconoscere i propri dubbi, senza lasciarsi vincere dalla paura. La comunità di quelli che non hanno risposte pronte e una soluzione a ogni problema, ma hanno la presenza viva del Signore Gesù Cristo e la sua Parola.

In questo tempo di avvento siamo chiamati a ritrovare il giusto assetto nella nostra attesa di salvezza.

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