Cosa abbiamo capito?
Dopo quattro anni di Sinodo abbiamo scoperto le fatiche delle Chiese che sono in Italia, ma abbiamo anche imparato qualcosa di buono, per annunciare ed essere testimoni più trasparenti nel cuore dell’umanità.
Abbiamo imparato che per essere fedeli alla missione della Chiesa, dobbiamo imparare innanzitutto ad ascoltare: la Parola di Dio, la vita del prossimo, i segni dei tempi. Strano: pare che il Vangelo si diffonda meglio quando lo ascolti che quando ne parli.
Abbiamo imparato a non fare tutto da soli o a delegare ad altri le nostre responsabilità. Un equilibrio attualmente stravagante: tra il faccio tutto per conto mio e il lascio fare tutto agli altri, il fare insieme. Anzi, stare insieme per fare: la corresponsabilità.
Abbiamo imparato anche che le tensioni, gli imprevisti, persino i fallimenti, sono luoghi in cui agisce la Provvidenza di Dio, rivelandoci che anche quando siamo divisi nelle idee, tutti rimaniamo comunque in comunione, nella condizione di peccatori perdonati.
Ascoltare, camminare insieme, ricordarci di essere peccatori. Questo abbiamo imparato, ancora ispirati dal Concilio Vaticano II e dall’insegnamento della Evangelii gaudium di papa Francesco: la Chiesa che ascolta e sa dialogare e vive sempre in spirito di conversione.
In ogni tema affrontato, ritroveremo queste tre dimensioni: la comunità cristiana, le persone battezzate, le strutture ecclesiali.
Cosa faremo?
E allora il Documento di sintesi, presentato ai Vescovi, chiede un necessario rinnovamento delle Chiese in Italia, che coinvolga tutte le comunità cristiane, personalmente ogni battezzato e le stesse strutture ecclesiali, attraverso un rinnovamento delle “categorie di pensiero”, l’assunzione di precisi “stili di vita” e scelte coraggiose.
Una conversione che «non può lasciare le cose come stanno» (EG 25) né può accontentarsi di una “semplice amministrazione”, che ha piuttosto il coraggio di trasformare consuetudini e strutture alla luce della missione evangelizzatrice (cfr. EG 27).
Una trasformazione necessaria e coraggiosa delle comunità, e quindi delle persone e delle strutture ecclesiali. Questo chiediamo ai nostri Vescovi! E speriamo che non occorrano altri quattro anni o più per compiere qualche passo di “conversione”.
Per questo, il Documento è costituito da tre parti:
1) il rinnovamento sinodale e missionario della mentalità e delle prassi ecclesiali;
2) la formazione sinodale e missionaria dei battezzati;
3) la corresponsabilità nella missione e nella guida della comunità.
Allora il Sinodo chiede ai propri Vescovi di prendere decisioni importanti e coraggiose, noi diciamo anche profetiche, che riguardano la mentalità e le abitudini delle nostre comunità cristiane, nella vita di tutti coloro che ne fanno parte, nelle diverse strutture che le compongono e le governano.
In ognuna delle tre parti, si affrontano determinati temi, tenendo presenti quattro criteri, in vista delle scelte e delle azioni da intraprendere.
Come lo faremo?
Innanzitutto bisogna sempre tener presente la domanda fondamentale, che sta alla base del Documento di sintesi, della necessità ecclesiale e della missione della Chiesa: «in che modo le Chiese che sono in Italia possono annunciare e essere testimoni più trasparenti del Vangelo nel cuore dell’umanità». Cioè, le nostre diocesane come possono annunciare e testimoniare il Vangelo in Italia e nel mondo? La priorità è l’annuncio del Vangelo, cioè l’evangelizzazione in una società non più cristiana.
Nella missione di annunciare il Vangelo, bisogna ricordarsi di avere relazioni autentiche, capaci di generare comunione, nell’accoglienza reciproca delle diversità: diverse generazioni, uomini e donne, diverse competenze, diverse sensibilità, diverse fragilità. Nessuno deve sentirsi superiore e nessuno deve essere escluso. Tutti responsabili della Chiesa, anche se in modalità differente. Al Vescovo spetta «riconoscere, discernere e comporre in unità i doni che lo Spirito effonde sui singoli e sulle comunità». Il Vescovo non deve tanto rappresentare, organizzare, costruire la Chiesa, ma riconoscere dove essa è evangelicamente presente e in comunione; e dove non lo è. Insomma, quando si dice “Chiesa” si dovrebbe percepire tutti coloro che ne fanno parte e non solo alcuni e non solo coloro che ne sono responsabili per un ministero ricevuto (leggi: vescovi, preti, frati, suore e laici impegnati).
Infine, si fa riferimento al radicamento nei luoghi e nelle storie particolari e alla capacità di un dialogo a tutto campo in un mutuo scambio di doni a tutti i livelli, scoperchiando un vaso di Pandora, che, secondo me, sarà il cuore, croce e delizia, dell’ecclesiologia ribadita dal Sinodo.
Non esiste una Chiesa in generale e non esiste una Chiesa nazionale, anche se utilizziamo spesso questo linguaggio esemplificativo. Quando diciamo “le Chiese” vogliamo sottolineare proprio questo fatto: non esiste una Chiesa astratta, ma esistono le Chiese che stanno in un determinato territorio e con un popolo. La Chiesa sono le diverse Chiese diocesane, che sono in Italia e in tutto il mondo. Le diocesi sono una piena esperienza e storia di Chiesa.
La Conferenza episcopale italiana non è una specie di super diocesi o di governo di tutte le Chiese, che dettano uniche linee e unici progetti e uniche direttive e uniche regole per tutti. In passato, secondo me, si è corso questo rischio, con molte difficoltà nella vita delle realtà locali, spesso, risucchiate da iniziative stabilite a priori e da lontano.
La Cei, tanto per capirci, non è il governo della Chiesa cattolica italiana (non esiste, infatti, una Chiesa italiana) o l’interlocutore delle autorità nazionali, ma semplicemente la realtà di tutte le Chiese (leggi: diocesi) che sono in Italia e che si riuniscono insieme in un mutuo scambio di doni, per sostenersi reciprocamente, per promuovere qualche iniziativa comune, se utile alla vita ecclesiale delle Chiese, come ulteriore esperienza di comunione delle diversità e non come inefficace obbligo di uniformità. Questo richiederà una sana riforma delle strutture, forse troppo rigide e inadeguate al nostro tempo.
Il tempo del coraggio
E allora, nelle decisioni che dovranno essere prese non si deve mai dimenticare che la missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, che bisogna farlo insieme e in comunione, nelle circostanze e nei luoghi in cui il Signore ci chiama a stare a servire. Perché tutti si sentano cercati dall’Amore di Dio e tutti possano trovarlo.
Dice il Papa ai Vescovi delle Chiese che sono in Italia: «Guardate al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose! Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividerne la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere Felici».
E anche noi lo ripetiamo a coloro che sono chiamati a essere nostri Pastori, parafrasando: «Adesso, non abbiate timore di scelte coraggiose! State nella realtà, camminate con gli ultimi, servite i poveri. Annunciate il Vangelo! Il Vangelo che tutti siamo inviati a portare, perché tutti siano felici!».