8 marzo 2026 | domenica 3 di Quaresima | Es 17,3-7 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!».
Così anche noi domenica scorsa, davanti a Gesù trasfigurato sull’alto monte dell’eucaristia, mentre ascoltavamo la sua Parola: «Signore, è bello per noi essere qui!».
Poi siamo scesi dal monte e siamo tornati a percorrere le solite strade e a mormorare contro il Signore, lamentandoci della vita, che non corrisponde alle nostre aspettative e non ci soddisfa mai.
Abbiamo sete. Abbiamo la gola secca a causa della fatica, delle delusioni, degli imprevisti, delle mancanze, della solitudine, della paura, del disorientamento. Abbiamo sete di felicità. Abbiamo sete di vita.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» (cfr. Es 17,3-7).
E con tutta questa sete capita che nella vita di tutti i giorni ci facciamo bastare quello che capita. Alla prima pozza d’acqua ci fermiamo. La prima idea, la prima opinione, la prima immagine, la prima cosa a caso.
Paradossalmente ci insegnano a essere molto attenti nella scelta dei cibi e delle bevande: il più genuino, il più leggero, il più ricercato, la migliore qualità. Che bisogna avere cura dello smaltimento dei rifiuti. Ma poi ci convincono ad accontentarci della mediocrità in tutto il resto: le relazioni affettive, i progetti di vita, la ricerca della felicità.
Ci hanno convinto che il cibo pronto della rosticceria è più buono di quello preparato a casa. Che l’insalata della busta è migliore. Che i sofficini sono gustosi. Che il chefir ha un buon sapore! Che fritto è buono tutto. E allora, sarà così anche nella vita: qualsiasi cosa, basta che sia fritta e rifritta, te la fai andar bene per forza.
Cioè, accontentati! Non faticare, accontentati. Non rischiare, accontentati. Non sognare, accontentati. Non cambiare, accontentati. Non scegliere, accontentati. Tanto, fritto è buono tutto!
Siamo invitati in un ristorante a tre stelle, che è la vita che il Signore ha pensato per noi, ma noi ci accontentiamo di una minestra col dado e un cartone di Tavernello.
Ci accontentiamo perché ci hanno insegnato che non valiamo tanto e che più di tanto non abbiamo meritato.
Ma non è così nel cuore di Dio.
Allora oggi arriva Gesù che ci domanda: «Dammi da bere! Fammi vedere che acqua hai nel tuo pozzo! Hai l’acqua buona o ti accontenti e bevi tutto quello che ti capita? (cfr. Gv 4,5-42).
Anche noi, forse, somigliamo a questa donna samaritana.
Lei doveva andare a prendere l’acqua tutti i giorni, perché non ce l’aveva. E allo stesso modo andava cercando la vita in tutti i modi, perché non ce l’aveva. E andava continuamente cercando la felicità, perché non ce l’aveva. E passava da un uomo a un altro, da una fonte all’altra, da una fissazione all’altra, da una illusione all’altra. Da una delusione all’altra.
Finché qualcuno le ha detto: «Perché ti accontenti e sprechi la tua bellezza? La tua vita è preziosa. La tua vita per me è importante. Io sto qui per te».
Tu hai da bere? Tu dove vai cercando la vita? Quali sono le fonti? E, soprattutto, ti basta per essere pienamente felice?
Gesù ti risponde:
«Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna».
Tu puoi avere un’acqua che non ti farà più tornare la sete. Tu puoi avere una fonte viva, che ti dona felicità e rende felici anche quelli che stanno vicino a te. Tu puoi andare a mangiare tutti i giorni in un ristorante stellato. Tu puoi avere il meglio della vita.
E che fai? Ti accontenti?
«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
La donna samaritana non si è accontentata di quello che le passava il convento del mondo e ha dichiarato la sua sete, la sua povertà di vita, la sua mancanza di felicità, la sua collezione di relazioni false, la sua scorta di ipocrisia, la sua raccolta di delusioni. E lasciò la sua anfora.
Sia questa eucaristia, e tutta la nostra vita cristiana, come la preghiera della donna samaritana.