Il desiderio di realizzarsi
Domenica, scorsa Gesù ci ha insegnato che la preghiera non consiste nel dire a Dio quello che deve fare, ma a chiedergli di aiutarci a capire la sua volontà e a realizzarla nella nostra vita, perché abbiamo scoperto che lui non è un padrone esigente, ma un Padre che ci ama e qualsiasi cosa voglia è per la nostra felicità. Praticamente il contrario di quello che molti intendono per “pregare”.
Oggi ci viene raccontato di un uomo che ha un fratello che non vuole dividere l’eredità. E allora prega:
«Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità», ma Gesù non risponde a questa preghiera, come ci sembra che tante volte non risponda alle nostre.
Gesù va oltre la richiesta: un insegnamento che riguarda la vita.
Il vero impedimento alla realizzazione
«Tu e tuo fratello avete lo stesso problema: la cupidigia, cioè un desiderio sbagliato. Tuo fratello si vuole tenere tutta l’eredità, perché pensa che i soldi faranno la sia felicità. Tu vuoi dividere l’eredità, perché pensi, come tuo fratello, che i soldi fanno la felicità».
Avete lo stesso problema: credete che i soldi facciano la felicità. Nella vita, puntate tutto sui soldi. In famiglia le grandi discussioni a tavola sono quasi tutte sui soldi. Siete disposti a tutto, anche a vendere il vostro corpo, per i soldi. Fate tanti sacrifici: rinunciate alla vostra dignità, non vi sposate, non fate i figli, rinunciate alle vostre aspirazioni più grandi, vi omologate, rinunciate a pezzi della vostra libertà: per i soldi.
Nella mia città vogliono fare un monumento alla Lira. Non parlano più col fratello e la sorella o con i propri genitori per questioni di eredità, ma hanno tanta nostalgia della Lira.
Questa ansia che ci fanno venire per la crescita economica, facendoci dimenticare tutto quello che contribuisce a una sana vita sociale. Valutiamo il Governo a seconda del prodotto interno lordo, cioè dai soldi. Scegliamo un percorso professionale in base alla retribuzione promessa, cioè i soldi. Valutiamo la dignità di una persona, il suo diritto a far parte della nostra società e a esistere, la sua possibilità di vivere o morire, in base ai soldi.
Come quell’uomo ricco della parabola. La campagna gli aveva dato un raccolto abbondante, cioè tanti soldi. E tutta la sua vita diventa un vortice senza fine: su dove tenere, come investire, come aumentare, come proteggere, come godersi: i soldi. Con l’illusione che questo basta alla vita. Come quel genitore che non riesce a spiegarsi perché i figli abbiano qualche problema: «Ho fatto tutto per i miei figli: ho dato loro da mangiare, da vestire, la casa, li ho fatti studiare: cioè, ho dato loro i soldi». «Lavoro, combatto, costruisco, guadagno, dormo, mangio, bevo e mi diverto».
«Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».
Se pensi così sei uno stolto, uno “senza testa”. Uno così sembra tanto furbo ai nostri occhi. Invece, secondo Gesù è un imbecille.
Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio.
Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!
Stai in ansia sempre, anche di notte e anche in vacanza, perché tu desideri la vita, ma sai che, verranno a togliertela. Non è Dio quello che richiede la vita, ma sono le cose che hai accumulato: i progetti falliti, le relazioni sbagliate, le scelte disastrose, gli hobby, gli aperitivi... i soldi. Tu passi tutta la tua esistenza secondo una certa logica di dare e avere, ma verrà qualcuno o qualcosa a chiederti: «Adesso sei contento? Non ti manca niente? Sei felice?».
«Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».
Lo stesso errore lo può compiere anche la Chiesa, quando pensa che la sua esistenza dipenda da quello che fa, che costruisce, dalla gente aggregata, dalle faccende risolve, ma non annuncia il Vangelo e vive secondo le stesse logiche del mondo. Arriverà qualcuno o qualcosa a dire: «Che bello tutto questo che hai realizzato, ma adesso a che ti serve?». Oggi, stiamo in affanno continuo anche nella Chiesa, perché tante strutture accumulate nei secoli non servono più, ma devono essere mantenute e ci tolgono energia e vita.
Il dono della felicità
Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Cioè, così è di quelli che ragionano secondo il mondo e non secondo Dio e il Vangelo. Scrive san Paolo:
«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra».
Allora proviamo a liberarci dall’illusione pericolosa che tutto dipenda da noi e dalle risorse che abbiamo. Nella preghiera, chiediamo la grazia di arricchirci presso Dio, cioè di fare spazio alla sua volontà e al suo modo di agire nella storia. Chiediamo la grazia di sperimentare che la felicità non è quando prendo e accumulo, ma quando dono agli altri e condivido ogni cosa. Quando rinuncio a ciò che mi toglie la tranquillità e la vita e scelgo di camminare secondo la volontà del Signore, che mi dona la sua vita e la sua Pace.